La Scrittura della Crisi

marzo 22, 2015 § Lascia un commento

 maria letizia grossi

éCome uno scrittore ai primi del Novecento non solo vede e prevede gli stravolgimenti della sua epoca, ma anche quelli della nostra. E ci aiuta a riflettere e scrivere sulla crisi.

Viviamo tempi in cui ognuno di noi si confronta con la crisi, la vive, l’affronta, la gestisce. O, pur subendola, tenta di ignorarla.

La crisi è un momento forte di cambiamento, un trauma, ma anche un’opportunità, se si riesce a guardarla in faccia e a cercare un’uscita. Per ragazze e ragazzi, esclusi da una società (che privilegia i pochi già affermati), penalizzandoli nel lavoro e quindi anche nell’affermazione delle scelte e dei progetti di vita, questa situazione è ancora più presente e pesante.

Per cercare di darle uno sbocco positivo è necessario osservarla ad occhi aperti. La crisi, pur toccandoci fortemente e brutalmente nelle emozioni, richiede uno sguardo lucido. E scriverne è un modo per prenderne coscienza.

Ho proposto, al mio corso di lettura e scrittura, e propongo su queste pagine, di rileggere la letteratura mitteleuropea dei primi decenni del Novecento. Perché quegli scrittori, che ci hanno dato dei veri capolavori, più che in altri luoghi d’Europa, ebbero la funzione di coscienza critica dei drastici e gravi cambiamenti che si preparavano e si affermavano. Mentre in altre letterature le soluzioni erano cercate rifluendo nell’estetismo o rinnovando una cieca fede nel progresso illimitato di scienza, tecnica, economia, qui la discontinuità è stata così pesante e violenta da imporsi, a chi aveva capacità di riflessione e di restituzione creativa, come centrale. Qui la scomparsa di un impero, che, pur con le sue ingiustizie e sopraffazioni, rappresentava non solo un luogo, ma un modo di vivere, una vasta comunità sovranazionale, un insieme di abitudini che in qualche modo rappresentavano ancora un vivere civile e un’organizzazione efficiente, stavano lasciando il posto a nazionalismi identitari e reazionari, all’antisemitismo, alla sconfitta dei partiti e movimenti progressisti, e poi a una dittatura inumana. La frattura è diventata un baratro, politico-sociale, ma anche psicologico, culturale, umano. Molti grandi scrittori di questa cultura e di quest’epoca erano ebrei e vissero il trauma sulla propria pelle, perseguitati, censurati, costretti all’esilio.

Ma non è solo l’estrema lucidità nella scrittura della crisi a suggerirmi questa scelta, è l’incredibile, sorprendente attualità, persino profetica, con cui questi grandi autori attraverso i loro personaggi e le loro storie hanno testimoniato il montare dei nazionalismi identitari, le dittature reazionarie e violente, l’antisemitismo, il crollo dei valori di democrazia e libertà che, sia pur nei limiti dell’epoca e maschilisti, erano stati affermati da intellettuali, liberali, persone che avevano lottato nei decenni precedenti. Questi valori erano stati svuotati, diventati vuote ipocrisie, sotto la potenza schiacciante del capitalismo della seconda rivoluzione industriale. La fine di un luogo e di un’epoca era anche la fine di un’umanità che cercava di diventare e di rimanere umana, che scompariva progressivamente travolta dalle forze della disumanità e della barbarie. Una barbarie che allora cominciava ad avere il volto dei vari fascismi, ma che periodicamente riemerge nella storia della nostra specie, così poco attenta agli orrori già perpetrati e ai segnali del loro riaffiorare.

Ebbene questi scrittori furono, al contrario, attenti.

Rileggere Arthur Schnitzler

Proprio per dimostrare con maggiore evidenza questa lungimiranza e addirittura premonizione, suggerisco di rileggere Arthur Schnitzler, che, assieme ad autori come German Bahre, Hugo von Hofmannsthal, fu tra i più grandi della prima generazione di letterati mitteleuropei, quella che scrive già prima della Grande Guerra e della finis Austriae. Verso la libertà,(1908, Mondadori 2008), primo dei due unici romanzi di Schnitzler[1], è opera di vasto respiro che racconta un’intera epoca. Il protagonista, Georg von Wergenthin, musicista aristocratico innamorato di una cantante di estrazione piccolo borghese, pur intelligente, sensibile e colto, è incapace di rendersi conto davvero di quello che sta succedendo e che si prepara, di affrontare i nuclei critici della società absburgica della belle époque, allegra solo in superficie ma gravida di problemi drammatici. Egli non è dunque in grado di capire quanto sarebbe importante e urgente affrontarli. Il giovane riassume l’irresponsabilità di tutta una società ad aprire gli occhi e ad agire. L’autore ci vuole far capire che se almeno una parte di quella società fosse stata lucida e critica e avesse rivitalizzato i valori della democrazia e della libertà, forse si sarebbe potuto evitare la catastrofe che si prospettava all’orizzonte. I valori in dissoluzione, che potrebbero salvare il mondo se applicati con spirito critico e umanità, quelli per cui aveva lottato la borghesia liberale ottocentesca, sono diventati vuoti e ipocriti, incapaci di contrastare un sistema che era il prodotto dell’ azione politica ed economica di quella stessa classe. Georg e gli altri li sentono inutilizzabili, schiacciati e svuotati dal capitalismo, sostenitore dalla supremazia del profitto, che la stessa borghesia aveva creato. Dove prevale unicamente il profitto, ogni altra istanza umana, solidale, egualitaria soccombe o resta vuota e finta declamazione retorica. Schnitzler registra questo crollo in presa diretta. Il progresso civile e sociale europeo stava divorando se stesso, e il fenomeno era visibile in Austria-Ungheria forse meglio che altrove, perché lì il contrasto fra antico e nuovo era acutissimo. Un impero sovranazionale che sopravviveva in un’epoca in cui si affermavano i nazionalismi, in cui il socialismo e le istituzioni liberal-democratiche, il rispetto dei diritti umani non furono in grado di contrastare il razzismo e l’antisemitismo.

Queste contrapposizioni – e questa cecità – sono rese evidenti attraverso una folla di personaggi che Schnitzler riesce a coordinare con grande sapienza strutturale e di intreccio e attraverso dialoghi vivi e forti.

In particolare l’autore, ebreo, quale medico, narratore e drammaturgo di grande fama, comunque integrato nella società viennese colta, affronta il tema dell’antisemitismo. Il suo personaggio Georg avverte le ansie degli amici ebrei colpiti dall’odio montante, in molti passi di grande intensità e preveggenza. Georg li osserva reagire in modi diversi, con indifferenza o rassegnazione, o con l’adesione più o meno fanatica al sionismo, cui egli fu sempre contrario.

Più in generale Schnitzler mostra, anche relativamente ad altri punti critici, che quando il soggetto rinuncia alla propria autonomia etica e non prende posizione viene travolto dalla storia.

Scritto tra il 1902 e il 1907, pubblicato nel 1908, fu il testo più amato dallo stesso Schnitzler fra le sue molte opere. È non solo un’opera letteraria, nemmeno solo un documento della situazione della società asburgica al suo declino, incapace di comprendere l’evoluzione dei tempi, ma una riflessione attualissima sui nazionalismi identitari, sulla paura e criminalizzazione del diverso, sulle barriere erette per proteggersi dal “nemico” esterno, sull’affermazione dell’odio e della violenza contro le scelte dell’umanità e della solidarietà.

Oltre a questa potente lettura, una chiave perché i nostri ragazzi e ragazze tocchino la scrittura della crisi, un lavoro che potrebbe essere per loro di grande utilità, è importante cogliere il significato del cambiamento, che è il senso stesso della storia e della vita, cambiamento che può volgere in negativo, ma che può anche spostare la situazione in atmosfere culturali, politiche, sociali più respirabili, più vitali, più adatte a consentire un’esistenza accettabile e buona per tutte e tutti.

Se si può cambiare, c’è ancora speranza.

 

NOTA

  1. L’altro romanzo di Schnitzler è Doppio sogno. Altre opere di, tra cui le splendide Il sottotenente Gustl, Girotondo, La signorina Else, giusto per citarne alcune che piacciono particolarmente a me, si possono leggere nel Meridiano Mondadori, Schnitzler Opere, 2005.

[1]

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