Sulle orme di Topor…

gennaio 19, 2015 § Lascia un commento

maria letizia grossi

éCinque suggerimenti di vari scrittori e scrittrici per esorcizzare il Natale (e l’ultimo dell’anno), utilizzabili anche in classe.

È esperienza abbastanza condivisa il magone da festività di fine anno. Si sa che ogni magone è diverso dall’altro e che ognuno i suoi li vive a modo suo. Ma, alla fine, qualcosa in comune, in queste malinconie di fine anno, c’è. E comunque parto dalle mie.

[Un chiarimento preliminare per evitare delusioni: Roland Topor suggeriva dieci modi per sfuggire al Natale, e lo faceva con humour, questi miei sono stimoli per esorcizzare la situazione e non sono spiritosi, non ci sperate. Sfuggire, lo ammetteva lo stesso Topor, alla fine di ogni proposta, risulta impossibile…].

1 – Irritazione diffusa, senso di spaesamento, sconcerto: quello che doveva essere un rito spirituale, si è ridotto a un’orgia di consumismo.

Suggerimenti di possibili soluzioni: non comprare regali e sperare di non riceverne. Il secondo punto dipende solo in parte da noi. Certo che, se per anni, non facciamo regali… Altra possibilità, che ci permette di conservare lo scambio tangibile di intenzioni affettuose, esserci insieme agli altri: fare regali immateriali, regalare un racconto, una poesia, scritti da noi o scelti da libri di un autore o di un’autrice che amiamo. Ovviamente non in tema natalizio.

In classe possiamo stimolare la scrittura da “regalare”. Scrivere è sempre – se si esclude il diario personale, ma alla fine anche quello – un modo per comunicare, dunque per offrire qualcosa della nostra interiorità a chi ci legge. È importante che ragazze e ragazzi sappiano che far leggere i propri scritti non è necessariamente un’esibizione narcisistica, ma un’offerta. E che le proprie parole, se sono venute fuori, laddove non ci sia la costrizione di un elaborato valutabile a fini scolastici, sono necessarie.

Cristina Campo dice: «se le nostre parole sono approdate sulla pagina, avevano bisogno di essere scritte».

2 – Il Natale e l’ultimo dell’anno costringono a festeggiamenti, e a un conseguente atteggiamento gioioso,obbligatori. Ovviamente abbiamo fin troppi motivi reali per vedere che i comportamenti della nostra dissennata specie sulla terra offrono poche motivazioni per festeggiare.

Primo spunto di riflessione: per come siamo noi esseri umani, gioia e malinconia coesistono o si succedono rapidamente. «Non tutti sono giorni di sole / e la pioggia, quando manca, la si invoca. / Perciò prendo la felicità e l’infelicità naturalmente / come chi non si sorprende / che esistano monti e pianure / che esistano rocce ed erba…». Lo scrive Fernando Pessoa, con la penna dell’eteronimo Alberto Caeiro.

Secondo spiraglio per una boccata d’aria e un’inversione di tendenza: ricordiamoci, nel sopravveniente magone, che Natale, Capodanno, così come tutte le ricorrenze solstiziali, sono riti di passaggio, sottolineano e invitano al cambiamento. Anche se ci sentiamo in minoranza – ma forse non è così – diamoci da fare per cambiare le cose, per quel che sta a noi. Cambiamo innanzitutto le nostre intenzioni e il nostro comportamento. Questo non può partire dalla sola registrazione delle tante cose negative. Troppe, e troppo gravi: guerre, sopraffazione, violenza, corruzione e tanto altro. Non lascerebbero molto spazio alla speranza, indispensabile per impegnarci in qualsiasi impresa e avventura.

Partiamo dalla bellezza, che pure c’è, e in sovrabbondanza, sul nostro bel pianeta, blu come un’arancia, lo dice Paul Eluard. Scegliamo, come l’Adriano di Marguerite Yourcenar, di essere responsabili della bellezza. Di mantenerla integra, di coltivarla perché anche le generazioni future possano fruirne. In questo senso il bello e il buono vanno insieme, come sostenevano gli antichi Greci, che di bellezza se ne intendevano. Un’immersione nella bellezza, della natura o creata da mani umane, aiuta noi e i nostri ragazzi a sviluppare il senso di responsabilità.

Per quanto riguarda il nostro lavoro in classe, leggiamo e facciamo leggere libri ben scritti. Tra l’altro un’idea regalo quasi immateriale, tanto è più importante il contenuto nato dal pensiero,rispetto al contenitore cartaceo o informatico.

3 – Il Natale, e qui è una sua peculiarità esclusiva, è circonfuso nella tradizione e adesso soprattutto nell’immagine mediatica, di un’aura di buonismo – naturalmente ai nostri giorni e alle nostre latitudini strettamente intrecciato col consumismo. Cosa c’è di più buono che regalare o mangiare un buon panettone, magari anche parecchi. E parrebbe che la bontà sia possibile solo nel periodo festivo: a Natale puoi fare quello che non puoi fare mai, a Nataale, a Nataale si può amare di più, a Nataalesi può fare di piùùù. C’è da chiedersi perché mai, visto che le valenze spirituali del rito sono state ricoperte e rese carsiche o addirittura annullate dal consumismo. E se essere “buoni” una volta all’anno ci assolva da peccati commessi per gli altri 11 mesi e mezzo.

Credo sia importante avere ben presente che non possiamo definirci buoni, in quanto esseri umani, nemmeno del tutto cattivi, se è per questo. Siamo «una matassa ingarbugliata dalla parte di dentro», come Fernando Pessoa. Possiamo dare una valutazione etica dei nostri comportamenti e questi è fondamentale, per i motivi di cui sopra, che rispondano a scelte etiche, le quali sono personali, secondo la coscienza e lo spirito critico di ciascuno. Ma non arbitrarie, tutte e tutti noi ci rendiamo conto se stiamo operando in modo solidale o se stiamo danneggiando gli altri e l’ambiente. Vale tutto l’anno, non solo a Natale.

Non facciamoci scoraggiare dalle nostre scarse possibilità di influire sui destini del mondo.

Ai nostri allievi e allieve, proponiamo una poesia di Jorge Luis Borges:

«Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.

Chi è contento che sulla terra esista la musica.

Chi scopre con piacere una etimologia.

Due impiegati che in un caffé del Sud giocano in silenzio agli scacchi.

Il ceramista che intuisce un colore e una forma.

Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.

Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.

Chi accarezza un animale addormentato.

Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.

Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo».

I giusti che si affacciano nei versi sono semplicemente persone miti, oneste nel loro lavoro, nel loro posto nel mondo, col loro senso del bello e le loro passioni e i loro gusti.

E ricordiamo anche, con Pessoa, che la nostra creatività, comunque si articoli e a qualunque punto approdi, arricchisce l’universo. «Colui che, morendo, ha lasciato scritto un solo verso bello ha reso i cieli e la terra più ricchi e più emotivamente misterioso il fatto che esistano stelle e gente».

4 – Questo è il punto che ci turba più in profondità. Ogni ricorrenza, specie se si tratta della celebrazione di un passaggio (Natale e ultimo dell’anno, insieme ai compleanni, sono in prima fila) attiva la nostra percezione del tempo che fugge. In sostanza sottolinea che invecchiamo e che siamo mortali. Verità incontestabili, checché si dica del tempo quale invenzione umana. Il tempo biologico esiste, ce ne accorgiamo guardandoci allo specchio e ascoltando le giunture indolenzite dall’artrosi, se siamo un po’ avanti con gli anni. La misurazione del tempo è invece un’invenzione umana.

Due stimoli per superare l’afflizione per la fugacità dei nostri giorni. Il primo ce lo rammenta proprio il fatto che queste festività sono riti solstiziali. Il tempo delle stagioni ritorna, al declinare delle ore di sole seguiranno i giorni più lunghi; ogni inverno ha in sé la promessa della prossima primavera.

L’altro è più connesso con la nostra sorte personale, di esseri viventi e mortali. I giorni e gli anni passano, ma non sempre invano.

«Serene, Maestro, / sono le ore da noi perdute / purché, perdendole, / come in un vaso, / mettiamo fiori». (È ancora Fernando Pessoa, con la voce dell’eteronimo classicheggiante Ricardo Reis).

Ce lo ha detto anche Saffo. Chi coltiva le rose della Pieria da morta non finirà lì, ma rimarrà viva nei secoli. E Orazio, naturalmente, col suo monumento di parole, più durevole del bronzo. E William Shakespeare con alcuni dei suoi Sonetti più suggestivi, intimi nella declinazione amorosa, seppur votati all’immortalità. Ne trascrivo uno, tra i molti che hanno per tema il tempo e la sua sconfitta (e la sconfitta delle violente azioni degli uomini), di fronte alla scrittura.

«Né il marmo né i monumenti d’oro / dureranno più di queste rime, / ma dentro di esse splenderai più / lucente della pietra sporca di // tempo. Quando la guerra rovescerà / le statue e i tumulti sradicherai / muraglie, non potranno bruciare / il documento del tuo ricordo // vivo. Contro la morte e l’oblio / camminerai; e la lode di te avrà / una casa negli occhi di quelli / che useranno il mondo, fino alla fine. // Tu vivi in queste rime ed abiti / per sempre negli occhi degli amanti».

Su questo ambito tematico i testi da proporre in lettura ai nostri studenti sono davvero innumerevoli. E belli. Magari, vista l’abbondanza, facciamo scegliere a loro il loro testo d’elezione, da adottare, conservare e rileggere.

5 – Proposta finale, riassuntiva e cumulativa. I riti introducono un tempo “staccato” dal tempo di tutti i giorni, un momento di allontanamento, seguito dal ritorno e dal festeggiamento.

In questo periodo qualche giorno di vacanza dal lavoro e dalla scuola ci è concesso. Bene, andiamo in vacanza. In senso etimologico, in una situazione di vuoto (vacuum), rispetto alle abitudini consuete. Non importa viaggiare, possiamo semplicemente prenderci un tempo di contemplazione. Che è il momento in cui entriamo in intimo contatto con noi stessi e con il mondo. In questa vacanza possiamo portarci anche bei libri da leggere e qualcosa per scrivere, anch’esse attività capaci di aprire al contatto con la nostra interiorità.

Quanto ai nostri allievi, la vacanza è senz’altro un tema condiviso. Suggerimento agli insegnanti di lettere per il periodo delle feste: evitiamo di caricarli di compiti, lasciamogli il tempo di leggere, scrivere e contemplare liberamente.

Sui luoghi dove rintanarsi a contemplare, per sfuggire al troppo pieno dei cenoni familiari, rileggiamoci Topor. Ci vengono proposte parecchie vie di fuga, come un mese in una piccola stanzetta bianca a pane e acqua, però saremmo avvelenati dal pensiero che gli altri stanno banchettando… O farsi monaco in un convento di clausura; «svantaggio:si sa quando si entra ma non si sa quando si esce. Sarebbe un peccato rovinarsi i restanti undici mesi dell’anno per un mese passato al riparo». In ambulanza e poi in ospedale, dopo un incidente d’auto. «Il Natale non è più un giorno idiota del calendario, ma è il giorno del nostro incidente. Svantaggio: corriamo il rischio di vedere le stelle e di sentire gli angeli in cielo». Un ascensore dove restare intrappolati per un guasto. «Vantaggio: si è riparati dal mondo. Inoltre potremo avere la soddisfazione di rovinare il Natale ai nostri salvatori. E oltre a questo tutti gli altri inquilini saranno obbligati a salire a piedi le scale. Svantaggio: l’isolamento dura raramente più di sei ore. Dopo bisogna cambiare ascensore».Ci potrebbero essere, ad allungare la lista, anche la prigione e la luna.

L’efficacia delle proposte non è provata, tutt’altro, ma, se le riflessioni e le poesie non vi hanno fatto effetto, Topor vi sottrarrà comunque, per dieci minuti di humour, al magone natalizio.

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