Stereotipia e originalità

dicembre 1, 2014 § Lascia un commento

maria letizia grossi

éShakespeare si esprime al modo che i sentimenti gli dettano dentro, fa corrispondere la sua scelta stilistica a ciò che preme per venire detto. Non c’è artificio: l’arte, l’altissima tecnica della lingua e dello stile trasmettono con autenticità il contenuto.

 

«Perché il mio verso è spoglio di nuovo / sfarzo, lontano da variazioni / e improvvisi mutamenti, perché, / come è di moda, non uso metodi e // e composti strani? E scrivo una sola / cosa, sempre la stessa, e mantengo / l’invenzione nell’abito consueto,

sì che ogni parola dice / il mio nome, mostrando la sua nascita / e la sua istruzione? Dolce amore, / sempre di te e dell’amore scrivo, / vestendo a nuovo parole antiche. // Come il sole ogni giorno è nuovo e / vecchio, così è e parla il mio amore».

Il famoso sonetto 76 di William Shakespeare1 rivendica, contro le mode letterarie del suo e di ogni tempo, il suo “metodo”, insieme teoria e pratica poetica, di corrispondere solo a se stesso, alla coerenza intima del suo sentire. Shakespeare non cede alle moda, che allora si stava affermando, del manierismo, che, con stravaganti immagini e artifici retorici, mirava a esibire l’ingegnosità e l’abilità tecnica degli scrittori, allo scopo precipuo di stupire i lettori. Il grande bardo in realtà è sempre molto sperimentale, rivoluzionario, per la lingua, lo stile, il linguaggio analogico, come ogni vero “classico”, che, per diventare giovane e durevole nel tempo è originale, rovescia o rinnova l’ordine precedentemente costruito. Anche per quanto riguarda i “composti”, cioè neologismi nati dalla fusione di due o più parole, molto in voga sul finire dell’epoca elisabettiana, ne inventa di bellissimi, in grado di stabilire un vibrante cortocircuito tra significati.

Il punto è che lui lo fa sempre secondo una sua esigenza profonda, intima, non esteriore.

«[…] I’ mi son un che quando / Amor m’ispira, noto, ed a quel modo / ch’ei ditta dentro, vo significando» scrive Dante, in Purgatorio Canto XXIV, spiegando la poetica del Dolce Stil Novo.

Anche il grande drammaturgo e poeta inglese si esprime al modo che i sentimenti gli dettano dentro, fa corrispondere la sua scelta stilistica a ciò che preme per venire detto. Non c’è artificio: l’arte, l’altissima tecnica della lingua e dello stile trasmettono con autenticità il contenuto.

E così, rifuggendo da novità fini a se stesse, «scrive una sola cosa, sempre la stessa» e dà all’invenzione lo stesso vestito, così che la fedeltà alla sua ispirazione denunci, il suo nome e, per ogni parola, la nascita e il percorso di elaborazione e studio che l’ha cresciuta nel mondo. La voce riconoscibile, al di là delle varie declinazioni legate a temi e generi diversi, conferisce a chi scrive il massimo dell’originalità.

Il canzoniere,che è costituito dall’insieme dei Sonetti, è poesia d’amore e dunque dell’amore e dell’amato – o meglio dei due amati, un uomo e una donna (com’è umano, rispettoso e sempre attuale il riconoscimento della dignità di amore a oggetti diversi!) – parla ogni giorno, con costanza e insieme con le variazioni suggerite dai continui mutamenti interni della passione. Come il Sole è ogni giorno nuovo e vecchio, così è l’amore, e così si esprime.

In verità questo stesso sonetto, che è una riflessione e dichiarazione di poetica e di pratica di scrittura, e altri di dolorosa ed etica critica sociale (quelli dal 66 al 70), contraddicono splendidamente che il tema amoroso, per quanto predominante nel suo romanticismo e nella sua sensualità, sia l’unico. Intorno ai tre amanti c’è una società in cambiamento – e in crisi, già al momento del massimo splendore, quale è quella inglese di fine ’500. E soprattutto, incombente, c’è il tema del tempo divoratore, che strapperà la bellezza al giovane, farà morire prima di lui l’innamorato poeta, ma, ancor più abbatterà, aiutato dalla violenza umana, «[…] il marmo e i monumenti d’oro…/ La guerra rovescerà / le statue e i tumulti sradicherai / muraglie…»,

Dunque il mutamento è l’essenza del vivere, la voce di chi scrive si muove dentro questo incessante divenire ed è il vascello, l’arca in grado di mettere in salvo ciò che vive, di dargli durata, consegnandolo a chi ancora, in futuro, in un’appassionata catena ininterrotta, leggerà.

«Né il marmo né i monumenti d’oro / dureranno più di queste rime, / ma dentro di esse splenderai più / lucente della pietra sporca di / tempo… // Contro la morte e l’oblio / camminerai; e la lode di te avrà / una casa negli occhi di quelli / che useranno il mondo, fino alla fine. // Tu vivi in queste rime ed abiti / per sempre negli occhi degli amanti». (Sonetto 55)

La coerenza a sé risulta in coerenza di voce, che non è stereotipia, ma vera originalità, quella per cui riconosciamo la parola di Shakespeare, la sua nascita e la sua istruzione. E quella di Marguerite Yourcenar, Lev Tolstoj, Emily Brontë, Saffo e Catullo e tanti altri e altre, per nostra fortuna.

Cosa proporre ai nostri e alle nostre giovani scriventi: leggere, ovviamente, e provare a tirar fuori parole, così da individuare la propria voce personale, a cui la forma, nella varietà che il variare di emozioni e affetti propone, sarà fedele?Una ricerca lunga, ma semplice: per usare metafore shakespeariane, girare per boutique e agenzie immobiliari per provare e trovare l’abito che vesta ciascuno confortevolmente, la casa in cui abitare a proprio agio e con intima coerenza. Suono, foggia, stile architettonico che renderanno ognuno e ognuna riconoscibile e originale nell’intima sincerità.

Nota

  1. I Sonetti furono pubblicati, senza autorizzazione dell’autore, dall’editore John Thorpe nel 1609, ma furono sicuramente scritti verso la fine del 1500, tra il 1593-95 o tra il 1598-1601, a seconda di chi si ritiene sia il giovane primo destinatario. Per vari motivi, io penso più al secondo periodo. Shakespeare, per gli argomenti molto intimi – un amore omosessuale e un altro per una donna, in contemporanea, quest’ultimo con espliciti riferimenti sessuali – aveva destinato le sue poesie, liriche e autobiografiche, pur nella forma letteraria, a un numero ristretto di amici e non al pubblico.

Confesso, con un certo disagio, il grave peccato di presunzione, di averne fatto una traduzione mia, a causa del fatto che non esistono in italiano traduzioni secondo la metrica di Shakespeare, quel blank verse, che in italiano corrisponde a un decasillabo con 5 accenti, senza rime. La mia è stata una scelta musicale, per il desiderio di restituire l’andamento ritmico del verso shakespeariano, e, dal momento che l’espressione italiana è più lunga di quella corrispondente inglese, ha comportato, pur nell’assoluta fedeltà sostanziale, l’eliminazione di qualche aggettivo o avverbio e l’adozione di costruzioni più snelle. Esistono in commercio molte autorevoli traduzioni del tutto filologiche, non in decasillabi, che ciascuno può utilmente leggere.

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