Riflessioni a distanza

dicembre 1, 2014 § 1 Commento

antonella baldi, con maria letizia grossi

éAntonella Baldi: Silvia è una bella ragazza dall’aria spigliata. Ha il diploma di estetista e lavora presso un negozio di parrucchiere, l’ho incontrata insieme a una dozzina di suoi coetanei a una cena di ex alunni. I miei ex alunni delle elementari.

A scuola Silvia stava nel primo banco, era la più piccina della classe e faticava. Un piccolo pulcino bagnato che appena suonava la campanella della ricreazione correva a cercare il fratello gemello nella classe accanto.

Le pizze arrivano a scaglioni e la conversazione riempie l’attesa, si fa animata. «Ti ricordi…?», «Ti ricordi…?», «E tu, ti ricordi quella volta…?».

A un certo punto Silvia mi sorride e mi dice: «Ti ricordi Antonella? “La pioggia graffia i vetri stamattina”».

E improvvisamente mi esplode nella testa una mattina invernale quasi buia, la luce accesa in classe e grosse gocce di pioggia, rade ancora, che battono sui vetri e scivolano giù, rigandoli. Mi voltai d’impulso verso la lavagna e scrissi quell’endecasillabo che Silvia ricorda ancora dopo tanti anni. E poi furono quasi due ore entusiasmanti a stimolare associazioni, scoprire assonanze, suggerire rime per strappare dal loro linguaggio incerto la poesia che sta nascosta in ognuno di noi. Ho giocato così con i bambini decine di volte, ma non avrei mai immaginato di aver lasciato una traccia tanto persistente. Pensavo che il frutto di quei momenti felici sarebbe comunque finito triturato nella massificazione linguistica imperante, eppure continuavo imperterrita perché quel modo di insegnare la lingua era per me irrinunciabile.

Quando Gianni Rodari, negli anni ’70, propose ai maestri e a chi aveva voglia di ascoltarlo la sua Grammatica della fantasia, fu davvero una rivoluzione perché si rivolgeva a una scuola ingessata, ingabbiata in schemi, ma anche matura per aprirsi al nuovo. Me ne impossessai subito e mi costruii le carte dei personaggi/ funzione di Propp. Mi diedi a leggere tutto quello che potevo sulla fiaba, costruendomi un solido patrimonio di testi e interpretazioni che però, ma ancora non lo sapevo, non aveva sbocco. Proposi le carte ai bambini con tutti i giochi che Rodari suggeriva e fu un memorabile flop. Storielle risicate o schemi televisivi ricalcati miseramente. Perché? La risposta arrivò quasi subito. Quel patrimonio che io, grazie a mia madre e mia nonna, avevo dentro fin dall’infanzia e che andavo arricchendo con tanto pervicace impegno era solo mio. I bambini ne erano privi e non si può costruire sul niente. Cambiai strada e cominciai a raccontare. Raccontare, non leggere. Ogni mattina, con le sedie in circolo, prima ancora di fare l’appello, raccontavo una fiaba nuova, oppure una di quelle che i bambini vogliono sempre riascoltare, come Pierino Pierone.

Quanto mi divertivo! Davo via libera alla mia vena istrionica cambiando voce per ogni personaggio o mi aggiravo fra le sedie come un lupo o una vecchia strega. I bambini erano esilarati, ma il passaggio alla loro produzione fu più complesso del previsto. Mancava ancora ai miei alunni uno strumento essenziale: la lingua. E la lingua si costruisce nell’oralità, nello scambio che le permette di crescere e, quasi per magia, di autogenerarsi. L’incontro mattutino diventò uno spazio di conversazione, dove non ero più l’unica a raccontare. Più tardi l’avremmo chiamato circle time e gli avremmo affidato una funzione relazionale, ma allora era soltanto un tempo/luogo di parola. Il libero rapporto con i libri si instaurò quasi contemporaneamente in base al principio: “Non esiste nessuno che non voglia leggere, basta rimuovere le difficoltà e trovare il libro giusto”. Non eravamo soltanto entusiasti, ma anche parecchio presuntuosi.

Mi piacerebbe poter affermare che quello che oggi racconto come un percorso coerente e consequenziale si è svolto proprio così e magari nell’arco dei nove mesi di un anno scolastico, ma purtroppo non è vero. Ci furono errori, deviazioni, ripensamenti, incertezze che durarono anni. Mi piacerebbe riferire risultati quantificabili, verifiche coerenti, progressi accertati, ma anche questo non sarebbe vero. La nostra formazione di allora era troppo artigianale, spontaneistica e spesso confusa. Il rigore non stava nel percorso, ma dentro di noi e guidava le scelte di volta in volta seguendo l’imperativo categorico del rispetto e dell’ascolto, ma anche in maniera estemporanea, secondo le condizioni del momento.

A tanti anni di distanza mi chiedo se aver lasciato un endecasillabo nei ricordi di una giovane estetista può bastare per trarre un bilancio positivo di quel modo di insegnare e di “vivere” la lingua. Il mio vecchio cuore di pensionata può anche sentirsi riscaldato da quelle memorie, ma guardando la scuola di oggi e di allora nel loro complesso, devo dire di no, che non basta. Tutto quell’entusiasmo e quel fervore non hanno costruito un pensiero sistematico e sistemico che mettesse la padronanza della lingua al centro delle necessità degli alunni e indicasse la direzione verso cui andare, non hanno generato una visione ampia che facesse delle differenze una ricchezza e permettesse di includere anche chi di lingua ne aveva un’altra, non hanno generalizzato gli strumenti per sanare il mal di scuola. È rimasto un vuoto nel quale ha potuto insinuarsi l’idea che rifornire tutte le classi di tablet e lavagne multimediali garantisse di per sé la qualità dell’insegnamento, dimenticando che gli strumenti sono neutri e che prima di qualunque intervento occorrerebbe porsi di nuovo la domanda: «Che scuola vogliamo?»

Maria Letizia Grossi: Questa è una domanda importante, che si allarga, dalla didattica e dal lavoro dentro la classe e il gruppo e le relazioni, alla politica, cioè al lavoro e alle relazioni dentro la società strutturata in comunità civile e nel rapporto con le istituzioni e il loro lavoro per e con la società. La rimando, intanto, a te: che scuola vorresti?

Antonella: Non è tanto importante che scuola vorrei io, quanto il fatto che la domanda venga posta. Se la si elude, se si danno per scontati una serie di principi vaghi e comunque condivisibili, se si sposa un egualitarismo di facciata senza avere il coraggio di fare emergere le differenze, continueremo a girare in tondo imboccando ora una strada, ora un’altra e sprecando, tra l’altro, i pochi soldi a disposizione. Bisogna che se ne parli di più, che si facciano delle scelte chiare e che a quel punto si stabiliscano delle priorità.

Maria Letizia: Cosa c’è in cima alla tua lista?

Antonella: Prima di tutto la formazione degli insegnanti che non può essere svincolata dall’obiettivo che ci siamo proposti e che comunque deve considerare ogni scuola un ecosistema in cui tutti sono coinvolti.

Maria Letizia: E poi?

Antonella: Il tema degli ultimi. Gli ultimi della classe e gli ultimi della società. Non si tratta di buonismo, ma di un calcolo molto realistico. L’abbandono scolastico, l’incompetenza linguistica, l’emarginazione hanno un costo sociale elevatissimo perché aprono la porta al pregiudizio, al razzismo, al populismo e a tutti i peggiori “ismi” che ci possono venire in mente. Ma, specialmente in tempi di crisi come questi, il costo è anche economico, perché il futuro è fatto di creatività, cambiamento, competenze aggiornate e chi non è all’altezza soccombe. Questo è vero anche restando nella misera idea di sviluppo che hanno i nostri governanti, ma diventa ineludibile se si ha il coraggio di immaginare uno sviluppo diverso. Perciò io assegnerei le maggiori risorse e i migliori insegnanti alle situazioni più difficili e comincerei da lì. L’abbandono scolastico, l’incompetenza linguistica, l’emarginazione hanno un costo sociale elevatissimo perché aprono la porta al pregiudizio, al razzismo, al populismo e a tutti i peggiori ismi che ci possono venire in mente, ma, specialmente in tempi di crisi come questi, il costo è anche economico, perché il futuro è fatto di creatività, cambiamenti, capacità di gestire la tecnologia che continuamente si innova, e chi non ha gli strumenti necessari  soccombe. Questo è vero anche restando nella misera idea di sviluppo che hanno i nostri governanti, ma diventa ineludibile se si ha il coraggio di immaginare uno sviluppo diverso. Perciò io assegnerei le maggiori risorse e i migliori insegnanti alle situazioni più difficili e comincerei da lì.

Maria Letizia: È importante rendersi conto che ciò che si fa in classe non può essere considerato al di fuori di una visione generale della politica scolastica e della visione della cultura di una società. Ma, nella declinazione pratica,  in che modo stimoleresti la scrittura nel lavoro di tutti i giorni?

Antonella: Tutti gli spunti creativi dell’OULIPO e, per cominciare, quelli di Ersila Zamponi ne I draghi locopei e, insieme a Roberto Piumini, in Calicanto andrebbero benissimo: non sono paludati, divertono senza implicare un giudizio e contemporaneamente mettono in moto le abilità linguistiche in maniera formidabile, in quanto costringono a distaccarsi e a considerare la lingua come un oggetto, quindi un potenziale strumento.

Maria Letizia: Per quale fascia di età li ritieni adatti?

Antonella: Per tutte, dalle elementari al liceo la possibilità di giocare in modo creativo non deve mai venire meno, basta graduare le richieste. Io cominciavo con gli acrostici del nome, che poi scrivevamo sulle etichette dei quaderni. All’inizio erano semplici elenchi di qualità, ma il seme era gettato e in seguito si poteva arrivare a dei testi di senso compiuto. Anche i tautogrammi cari a Umberto Eco possono essere prodotti a livelli diversi, da «Piero porta pochi pacchi per Pamela» fino all’intera storia del «Povero Pinocchio». Più difficili sono gli esercizi di stile alla Queneau che richiedono  competenze più raffinate, ma anche questi possono essere semplificati facendone un gioco teatrale, nel quale diversi personaggi dicono più o meno la stessa cosa con stili diversi.

Maria Letizia: Anch’io ho utilizzato questi riferimenti, con ragazze e ragazzi delle scuole superiori e in corsi di scrittura per adulti. E questo richiede, ma anche produce, un contemporaneo ampliamento delle competenze linguistiche di base.

Antonella: Sì, non bisogna dimenticare che tutti questi spunti, anche i più facili, per riuscire hanno bisogno di un lavoro a monte e intorno. Non si può giocare con le parole se non si hanno parole, non si creano spostamenti di significato e metafore se non si dispone di ampi campi semantici di riferimento. Perciò, una volta di più, ci sarebbe bisogno di tornare all’oralità, in una sorta di maieutica che tiri fuori l’esistente, lo valorizzi e lo arricchisca, producendo all’inizio dei testi collettivi. Come faceva don Milani, per intenderci. Anche se può sembrare che a lui la lingua come gioco non interessasse, non è un modello fuori luogo perché la considerava fondamentale come strumento. È evidente che costruzione di questo tipo richiede un tempo disteso, mentre la tendenza di oggi è, al contrario, quella di accelerare per fare più cose possibile, quasi che la quantità fosse sinonimo di qualità. È anche un’attività per la quale non esistono percorsi didattici predefiniti, perché l’insegnante deve modularla di volta in volta, ponendosi in ascolto della realtà che si trova davanti. E questo ci rimanda al tema della formazione degli insegnanti. Come vedi, è arduo separare il quotidiano dal contesto ed è necessario lavorare sui due fronti.

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