Punti e puntini sulle “i”

aprile 3, 2014 § Lascia un commento

 maria letizia grossi

éQualche nota sulla punteggiatura, la sua libertà e soggettività, la sua unica regola.

La punteggiatura è uno di quegli argomenti che mettono spesso in crisi chi scrive e vorrebbe farlo secondo certi criteri per così dire “stabili”. Soprattutto è un “punto” critico per i nostri allievi e allieve, e di conseguenza per noi insegnanti che dobbiamo indicare qualche elemento per rimetterla in sesto.

L sua prima ovvia funzione di indicare pause e sospensioni nel discorso scritto (la virgola pausa breve, il punto pausa lunga), asseconda il respiro e le necessità dell’espressione, ci permette le soste leggendo e parlando a voce.

Naturalmente in una conversazione informale ci sono pause determinate da altri elementi, più estemporanei o connessi al carattere e alle modalità comunicative di chi parla (timidezza, esitazione, foga, confidenza o meno con l’interlocutore), che sarà opportuno mostrare nei dialoghi attraverso una punteggiatura meno strutturata, più cucita sul personaggio. La punteggiatura è importante quanto le parole, così come nella musica lo sono note e pause. È respiro, s’è detto, e quindi ritmo.

Per questo motivo segna e dichiara il ritmo del testo, serve a rendere visibile l’articolazione sintattica e logica del discorso scritto. Cioè la prevalenza di frasi brevi, intervallate da molti punti fermi, con una costruzione prevalentemente paratattica − molte frasi principali −, o quella ipotattica − molte secondarie −, segnate da tante virgole e pochi punti. Nel mezzo c’è il punto e virgola, ora meno usato, che però a volte serve, perché introduce una pausa di diverso rilievo rispetto a quelle marcate dalle virgole, senza tuttavia chiudere il periodo.

Ci sono altri effetti, espressivi più che di pausa: interrogazioni, o dubbi, o invece entusiasmo, enfasi. I punti interrogativi, esclamativi e i puntini di sospensione, che lasciano le frasi interrotte, sono delle vere figure retoriche, che modificano il tono di voce, accentuandolo, abbassandolo, calandolo, alzandolo. Sui tre punti lancio un appello personale: essendo figure retoriche non abusiamone, specie fuori dei dialoghi, per non diminuirne l’efficacia, e che siano tre, non sette o cinque o due. Si tratta di una convenzione grafica condivisa da una intera comunità di coloro che scrivono una lingua. Io sono assolutamente favorevole ad abbattere le convenzioni, ma quelle linguistiche  e di scrittura servono per farci intendere tra di noi e, per cambiarle, bisogna che l’innovazione sia condivisa. La scelta individuale deve essere motivata e la motivazione esplicitata.

Quanto ai due punti, che introducono il discorso diretto, seguiti dalle virgolette o dal trattino, oppure degli elenchi o delle spiegazioni, essi mi permettono di riprendere il mio spot a favore dell’elenco: la prima forma di scrittura, usata dagli scribi sumeri in caratteri cuneiformi per segnare le derrate recate dai sudditi ai magazzini reali a mo’ di tasse. La prima figura retorica scritta, anche. Efficacia immediata con mezzi elementari, può sintetizzare l’osservazione di luoghi, oggetti, pensieri, emozioni, con una struttura semplicissima, costruita solo con la punteggiatura (l’asindeto, se ne separiamo gli elementi con le virgole e senza congiunzioni, il polisindeto, se li colleghiamo con le congiunzione eoppure o). Però parecchi scrittori mettono insieme e di seguito virgola ed e. Per far riferimento soltanto a un’autrice e a un autore che ho appena riletto, lo fanno di continuo Toni Morrison e Beppe Fenoglio.

La punteggiatura spesso, piuttosto che di regole non trasgredibili, è frutto e indica scelte peculiari dell’autore o dell’autrice; c’è chi ama la paratassi, o la preferisce per un certo brano o passo o per un intero libro, c’è chi l’ipotassi. In genere la prima è adatta se si vuole dare un ritmo incalzante o sincopato, molto efficace nelle scene clou. È un tipo di costruzione più semplice, non a caso la più usata nelle fiabe, nei dialoghi messi in bocca a personaggi poco colti – soprattutto − ma in generale in tutti i dialoghi. È la costruzione dei Vangeli, quella di Cesare, scrittore sintetico e immediato; non c’è bisogno, credo, di citare il proverbiale: Veni. Vidi. Vici. Anche se l’ho appena fatto, ma è breve… Al contrario la concinnitas di Cicerone mostra un fraseggiare eloquente, complesso, abbondante. L’ipotassi è adatta ad un’articolazione dei pensieri che allude a riflessione, ponderazione.

Regola fissa, una sola: la virgola NON PUÒ separare l’enunciato minimo, non può separare il soggetto dal verbo, né il verbo transitivo dal complemento oggetto. Questo è un errore, significa non riconoscere che esiste un enunciato minimo, una frase di livello base. Indivisibile. Uno dei casi che non si può evitare di correggere. Quindi suggeriamo a ragazze e ragazzi di rileggersi i propri scritti, meglio se ad alta voce, controllando se qualche virgola peregrina non sia scappata proprio negli unici due posti dove non deve stare.

Per il resto, cerchiamo di far sì che i nostri giovani scriventi individuino e seguano il loro ritmo e quello del testo che stanno scrivendo. Con la solita precauzione: quando si scrive in modo diverso dalle modalità consuete, riguardo alla punteggiatura o ad altro, siano assolutamente libere e liberi di farlo, ma sapendo che lo stanno facendo e perché.

Ricordiamo che alcuni dei testi che leggiamo in traduzione hanno una punteggiatura non sempre coerente con le intenzioni dell’autore, perché provengono da lingue che hanno un’articolazione sintattica diversa dall’italiano, ad esempio anche l’inglese e il tedesco. Qui il traduttore, la traduttrice può scegliere di rendere esplicita la sintassi originale, oppure di tradurre anche la punteggiatura nella lingua di arrivo, che è ciò che avviene di solito, privilegiando una più fruibile e corretta lingua di approdo alla fedeltà totale (per le poesie spesso si fa il contrario). Altri testi che leggiamo, nell’originale, non avevano punteggiatura, molti classici in versi ad esempio, ma anche i padri della lingua italiana avevano un sistema di punteggiatura un po’ diverso dal nostro.

Volendo dare solo una regola, temo di aver comunque redatto un testo un po’ precettistico. Vorrei invece soprattutto che gli/le studenti facciano attenzione alla punteggiatura, coltivino la sensibilità per il ritmo, comprendano che il proprio ritmo, anche se personale, non è arbitrario. L’articolazione del respiro e del fraseggiare risponde a esigenze vere.

Facciamo anche attenzione agli effetti di senso che la punteggiatura produce. Se dico: «Io lavoro, mia sorella dorme» non è lo stesso che se la forma è: «Io lavoro. Mia sorella dorme». (Non applicabile al caso specifico mio e di mia sorella Celeste che, temo, entrambe lavoriamo più di quanto sarebbe bene dormire). Col punto l’enfasi è differente. Ma a volte una diversa punteggiatura cambia totalmente il significato. Vi ripeto la frase di Julio Cortàzar che ha girato per qualche giorno  su Fb: «La virgola è la porta girevole del pensiero», seguita dall’esempio: «”Se l’uomo sapesse realmente che valore ha la donna andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca”. Se sei donna, di certo

metteresti la virgola dopo la parola donna,se sei uomo, la metteresti dopo la parola ha». Questo per darvi una prova esplicita di come la porta virgola possa essere effettivamente girevole.

Per puro buon cuore, e per non appesantire troppo, tralascio l’interazione, in poesia, tra punteggiatura e a capo alla fine del verso, quest’ultimo un altro particolare segno di punteggiatura, più musicale che sintattico. Ma non tranquillizzatevi del tutto, non escludo che in futuro…

 

Compitino a casa o in classe: proponiamo a ragazzi e ragazze di scrivere uno stesso testo prima in forma paratattica, poi in forma ipotattica. Facciamolo leggere ad alta voce e notiamo le differenze di ritmo.

Altro esercizio: suggeriamo di leggere alcuni autori e autrici che usano la punteggiatura in modo molto personale. Se vogliamo trovare un periodare molto elegante, in ottimo italiano, che alterna sapientemente paratassi e ipotassi, e che abbonda pure di punti e virgola, facciamo leggere qualcosa della grande, ora piuttosto negletta, Gianna Manzini. À la recherche di periodi lunghissimi molto ipotattici, ça va sans dire: Marcel Proust. Se i ragazzi ne hanno fin sopra i capelli della punteggiatura, specie dopo il mio saggetto, li conforterà rivolgersi a José Saramago, che non la usa affatto e così, in vari libri, David Grossman.

Qualora pensassero di farlo anche loro, ricordiamo che ciò rende molto più faticosa la lettura, senza fiato, e, se per Saramago e Grossman, gli effetti voluti e ottenuti giustificano lo sforzo, non è detto che i lettori siano ugualmente disponibili nei confronti di noi più modesti scriventi. Meglio non metterli a una così dura prova.

La vostra “puntuale” Maria Letizia Grossi.

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