Restituire le voci

febbraio 24, 2014 § Lascia un commento

maria letizia grossi

éGli anziani come narratori di storie. Un passaggio di testimone: proporre ai nostri giovani e alle nostre ragazze di trascriverne i racconti. Leggendo Nuto Revelli.

Gli adolescenti quasi sempre, nei loro scritti, parlano di sé, del loro mondo, dei rapporti tra coetanei, del gruppo. Ed è importante che sia così.

Per una volta suggerisco invece di cambiare sguardo: un lavoro di ricerca e di ascolto delle voci degli altri e delle altre. Soprattutto dei vecchi. «Quando muore un vecchio è un intero archivio che se ne va», diceva Nuto Revelli. Vale, ahimé, anche per i nostri genitori, che, per i ragazzi, sono i nonni e le nonne. In una società in cui il ritrovarsi a tavola a condividere pasti e racconti, soprattutto nella famiglia allargata, è diventato sempre più raro, e in cui spesso il rapporto tra figli e genitori è complicato – come in ogni momento storico, del resto, se crescere significa necessariamente contestare e staccarsi da padri e madri –, la relazione coi nonni potrebbe essere un importante nesso con le proprie radici, meno conflittuale, anche se ancora più divaricato in termini epocali. Quando propongo di ascoltarli, non penso ai nonni quali dispensatori di consigli. Certo in società di epoche e luoghi diversi, la saggezza dell’esperienza era fondamentale per la gestione della comunità. Ora, a parte che il tempo evolve così in fretta da rendere desueti e anacronistici consigli anche solo di ieri, se considerati nello specifico, penso che sia proprio l’idea di accogliere un sapere predigerito a non andar giù alle nuove generazioni. Ciò che propongo è quindi di avvicinarsi ai vecchi come cantastorie, come archivi di esperienze, non da imitare, ma semplicemente da ascoltare e trascrivere in termini narrativi. Alle vecchie e ai vecchi piace raccontare, soprattutto storie lontane, dei loro anni passati e del loro significativo carico di vissuto. Trovare un filo, ricostruire un senso, costruire la trama e l’ordito dei giorni. Sarebbe bello che i nipoti, gli adolescenti in genere, trascrivessero le loro storie. Perché non tutti i nonni vogliono o possono scrivere direttamente, o non più. Dunque ascoltare e restituire, prima che l’oblio le cancelli, prima che i testimoni se le portino via con sé.

Mia figlia aveva raccolto, durante le elementari e le medie, due racconti del nonno e uno della nonna, che si sono rivelati materiali inestimabili quando io ho voluto scrivere la vita di mio padre, che ci aveva da poco lasciate.

Prezioso può essere, per fare questo lavoro, rileggere Nuto Revelli, in particolare le interviste ai contadini e alle contadine del cuneese raccolte ne Il mondo dei vinti e quelle solo femminili de L’anello forte1. Revelli dice che si accosta ai suoi narratori ascoltandone le testimonianze e poi trascrivendole «come tanti testamenti. Senza mai forzare, distorcere i discorsi». Il suo è un intento sociale e una scelta politica, ma anche letteraria, di una letteratura diretta, orale, nuda, senza abbellimenti esterni al contenuto. Le interviste di Revelli in realtà sono dei racconti, L’unico input dato ai testimoni è la domanda di narrare la loro vita, o quel tratto che più preme. Vengono fuori narrazioni che trovano risonanze dentro di lui, anche se si fa da parte e non rivela, per non influenzare gli interlocutori, la propria esperienza di comandante partigiano.  Dice lo scrittore: «Non ho né schemi fissi né tesi obbligate. Non sono lo storico che si avvicina al passato con freddezza, con distacco. Dentro di me si affollavano i ricordi, vivi e brucianti come se la guerra partigiana si fosse momentaneamente interrotta ieri. Non avevo fretta: non ho mai creduto alle ricerche del tipo: a domanda risponde. Il contadino procede col passo lento, le risposte bisogna cercarle negli episodi che racconta, nei lunghi giri di parole. Adeguare il mio passo al passo dei miei interlocutori».

I due libri risultano anche grandi opere di poesia, un’epopea minima e quotidiana di un mondo contadino che sta morendo, sopraffatto dall’industrializzazione a tappe forzate degli anni ’70 – ’80 in Piemonte, in una provincia in cui le montagne si spopolano, con i giovani attratti dalle sirene delle fabbriche in città. L’anello forte di questa società rurale e di queste famiglie sono le donne, madri coraggio di un mondo che viene sempre più sommerso dal nuovo che avanza, spesso distruggendo le sue stesse radici, donne imperterrite, determinate, che hanno fatto rialzare l’Italia nel dopoguerra e che introducono nel raccontare una maggiore varietà di temi, anche sul versante dell’intimità: matrimonio, figli, lavoro, malattie, guerra, Resistenza, ma anche sesso esvago. In tutte le vicende raccolte in questi libri, Revelli riporta le voci degli incolpevoli, di quelli che la guerra fascista l’hanno subita, spesso rimanendone piegati o annientati, come emerge dalle testimonianze dei parenti e dei pochi sopravvissuti della divisione alpina cuneese sterminata in Russia, dei partigiani, dei contadini che coi partigiani condivisero il terreno della lotta e lo scarso cibo. Da queste storie e dalla sua esperienza di capo partigiano, Nuto Revelli ricava la certezza che i combattenti per la libertà furono percepiti dalle popolazioni come “dei nostri”, nonostante la paura dei rastrellamenti e delle rappresaglie, cui maggiormente li esponevano: i “nostri” ragazzi che salendo in collina avrebbero aiutato tutti i poveri, i vinti, a riprendersi la libertà, la dignità, la vita di tutti i giorni. I contadini non volevano la lotta, ma la fine della guerra e dello strapotere dei manipoli fascisti e nazisti. Anche quando gli stessi partigiani si attenevano alle dure leggi della guerra – e questo è sottolineato da Nuto: la guerra è tale anche se motivata da situazioni ineludibili –, c’era una separazione netta tra loro e gli altri. I partigiani lottavano perché la sporca guerra nazi-fascista finisse e finissero i regimi che consideravano la guerra epica maschia, igiene unica al mondo e metodo di soluzione dei conflitti, e che avevano mandato al macello una generazione. Ricorda, tra l’altro, che «i nostri contadini accolsero con una grandiosa gara di solidarietà i ragazzi sbandati dal disordine di Badoglio, la quarta armata in fuga dalla Francia già dal 9 settembre, con una scelta istintiva, più umana che politica. Saltano fuori giacche, camicie, pantaloni, gli indumenti borghesi dei figli lontani, o dispersi, o morti sui vari fronti di guerra»2. Una scelta non politica, tanto che il voto alle prime libere elezioni fu dettato, ancora, da parroci e padroni, e indirizzato alla Democrazia Cristiana: la fiammata della Liberazione si era spenta troppo in fretta.

Dalla lezione di Revelli, invitiamo i giovani scriventi ad accogliere il rispetto nell’ascolto, il farsi da parte senza sottrarsi alle risonanze emotive, il ritmo lento dei vecchi, la modalità narrativa che ritesse una lunga vita. Se c’è da imparare qualcosa di utile e fruibile al di là del tempo trascorso, viene fuori dal fluire della rievocazione, dalla vita diventatauna storia. Una reciproca generosità: il dono del vissuto senza messaggi didascalici, l’ascolto senza giudizi.

NOTE

1. NutoRevelli, Il mondo dei vinti, testimonianze di vita contadina, Einaudi, 1977; L’anello forte, Einaudi, 1985; le interviste raccolte ma non pubblicate nei due libri sopra indicati sono confluite ne Il popolo che manca, Einaudi, 2013.

2. Il mondo dei vinti, cit., pp. 7, 8, 9.

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